Scoperte
DiscoVereto 2026, dalla collina al mare: nuove scoperte a Vereto e San Gregorio e una nuova storia per la Centopietre e la reliquia dimenticata del Battista
Per maggiori informazioni, rivivi la conferenza stampa
Dieci settimane di scavo hanno permesso di seguire la storia di Vereto dalle prime frequentazioni protostoriche alla tarda antichità e di tornare a indagare il suo antico approdo di San Gregorio. La ricerca si è estesa anche alla costruzione della memoria del territorio: documenti, monumenti e tradizioni consentono oggi di ricondurre con notevole sicurezza ad Altamura una reliquia di San Giovanni Battista un tempo venerata a Patù e di proporre una nuova lettura delle origini della leggenda di Siminiano e della Centopietre.
Con la conclusione, il 2 ottobre, della seconda campagna di scavo si chiude la prima grande stagione di DiscoVereto, il programma di ricerca archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” diretto scientificamente da Valentino Nizzo, con il coordinamento delle attività topografiche affidato alla dott.ssa Angela Bosco (Università di Napoli L’Orientale), con la collaborazione del dott. Rosario Valentini del Centro BIMA dell’Ateneo. Il progetto è realizzato in regime di concessione del Ministero della Cultura e con la supervisione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto.
Dal 18 maggio al 2 ottobre 2026, con una pausa nei mesi estivi, le due campagne hanno impegnato per complessive dieci settimane studenti, archeologi e specialisti prima sulla collina dell’antica Vereto e successivamente anche a San Gregorio, il suo approdo sullo Ionio. Le attività sul campo sono state coordinate dall’archeologo professionista Alessandro Rizzo, con la direzione scientifica di Valentino Nizzo e la collaborazione di Michele Bonfrate; alle ricognizioni e ai recuperi subacquei ha collaborato l’archeologo subacqueo dott. Angelo Cossa. Nel corso delle due campagne hanno partecipato alle ricerche oltre 40 studenti dell’Università di Napoli L’Orientale e di altri Atenei italiani, trasformando il cantiere anche in un intenso luogo di formazione universitaria. La documentazione topografica e digitale, coordinata da Angela Bosco con la collaborazione di Rosario Valentini, ha integrato rilievi ad alta precisione e strumenti di restituzione digitale e tridimensionale delle evidenze archeologiche.
Le ricerche sono state rese possibili dall’iniziativa del Comune di Patù, che ha promosso il progetto sul territorio e ha destinato alle attività archeologiche dapprima risorse del PNRR Storie Meridiane e successivamente quelle del programma regionale SMART-In, nell’ambito del progetto “La costa ionica tra greci e indigeni: Torre San Gregorio, Approdo di Vereto”.
Il risultato più importante non è costituito da un singolo reperto, ma dalla possibilità di cominciare a ricostruire la lunga durata di Vereto, seguendo senza selezioni preventive tutte le tracce conservate nel terreno: dalle fasi più recenti dell’insediamento romano e tardoantico fino alla città messapica, all’età arcaica e alle prime frequentazioni protostoriche.
Vereto: sotto la città romana, le tracce delle frequentazioni più antiche
Sulla sommità della collina le indagini hanno ripreso e ampliato le aree aperte durante la prima campagna, estendendosi anche nei terreni a sud della chiesa della Madonna di Vereto.
I livelli più superficiali testimoniano le profonde trasformazioni subite dal sito in età moderna a causa delle attività agricole, della costruzione dei terrazzamenti e delle successive spoliazioni delle strutture antiche. Anche questi strati, tuttavia, hanno restituito materiali significativi: frammenti di ceramica romana e preromana, monete in bronzo, elementi metallici, una fibula e persino un frammento di blu egizio, rinvenuto nello strato agricolo e quindi fuori dal suo contesto originario.
L’ampliamento delle trincee ha consentito inoltre di riconoscere murature in pietrame e calcarenite, superfici costruite e soprattutto le tracce lasciate dalla sistematica spoliazione degli edifici antichi. Una grande struttura realizzata con blocchi, già individuata nella prima campagna, risultava infatti in parte cancellata da una trincea scavata per recuperare e rilavorare i materiali da costruzione. Al di sotto di questi interventi il banco roccioso mostra estese tracce di spianamento artificiale, effettuato per ricavare superfici regolari e piani di posa per le strutture.
È proprio negli avvallamenti della roccia che è emersa una delle testimonianze più suggestive della campagna. Una sistemazione semicircolare di pietre, alcune chiaramente esposte al fuoco, racchiudeva un terreno ricco di carboni, ossa animali combuste e ceramica d’impasto, tra cui il fondo ricostruibile di una pentola da fuoco. L’insieme è stato interpretato preliminarmente come un focolare riferibile alle prime fasi di frequentazione dell’area, fra la fine dell’età del Bronzo e la prima età del Ferro. Sarà lo studio analitico dei materiali a permettere di precisarne la cronologia.
Il dato amplia ulteriormente la profondità storica già suggerita dalla prima campagna e conferma quanto sia importante indagare stratigraficamente l’intera collina, senza limitare la ricerca alla fase monumentale della città messapica.
Gli ultimi secoli di vita della città
La stessa profondità cronologica emerge dagli ambienti già messi in luce durante la campagna di maggio e giugno. Lo scavo ha consentito di distinguere fasi successive di uso, trasformazione e abbandono.
In uno degli ambienti sono stati riconosciuti livelli interpretabili come scarichi di rifiuti domestici, con ossa animali, conchiglie, cenere, carbone e abbondante ceramica tardo-romana. Il pavimento utilizzava direttamente il banco di roccia accuratamente spianato. Una fibula ad arco di età ellenistica, rinvenuta in posizione residuale all’interno di una muratura più tarda, costituisce invece un’ulteriore testimonianza delle frequentazioni preromane dell’area.
Nell’ambiente adiacente sono stati riconosciuti due distinti piani pavimentali in terra battuta. Il più antico poggiava su un articolato vespaio di pietrame costruito con funzione isolante e drenante, formato da tre livelli sovrapposti. Lo scavo non ha ancora raggiunto in questo settore il substrato geologico: la sequenza archeologica prosegue dunque in profondità e rimane una delle aree da riprendere nelle future campagne.
Sono dati che aiutano a dare consistenza archeologica agli ultimi secoli di vita di Vereto. La città non scompare improvvisamente con la conquista romana, ma continua a trasformarsi per secoli, fino alla tarda antichità, mentre edifici più antichi vengono modificati, demoliti, spogliati e riutilizzati. Anche il rinvenimento, già avvenuto nella prima campagna, di una lucerna con Chrismon a pochi metri dalla chiesa della Madonna di Vereto conferma la particolare importanza delle fasi cristiane e tardoantiche della sommità.
San Gregorio: lo scavo raggiunge l’approdo di Vereto
La principale novità della seconda campagna è stata l’estensione delle ricerche alla costa, nell’insenatura di San Gregorio, tradizionalmente identificata con uno degli approdi controllati dall’antica Vereto.
L’obiettivo era verificare sul terreno strutture in parte già segnalate dalle ricerche condotte da Cosimo Pagliara nel 1971, comprenderne meglio la funzione e metterle in relazione con l’organizzazione complessiva della baia. Le indagini hanno dovuto confrontarsi con una situazione particolarmente complessa, segnata da spoliazioni antiche, sistemazioni moderne, lavori recenti e forti fenomeni di dilavamento del pendio.
Un primo saggio ha interessato il settore di un antico pozzo alimentato dal sistema di acque sorgive che ha costituito una delle risorse decisive della baia. Intorno alla sua imboccatura è stata riconosciuta una struttura a forma di staffa di cavallo, costruita con grandi blocchi di calcarenite e pietrame. Poco più a sud è emersa una struttura quadrangolare dotata sulle pareti e sul fondo di un tenace rivestimento impermeabile a base di calce. La sua configurazione suggerisce l’esistenza di una vasca destinata al contenimento dell’acqua, forse un abbeveratoio, inserita in un più ampio sistema di approvvigionamento idrico.
Particolarmente significativa è risultata anche l’indagine della grande struttura a blocchi già individuata nel Novecento. Lo scavo ha consentito di seguirne il prolungamento verso est anche dove i blocchi erano stati asportati: a conservarne la traccia è rimasto il sottile letto di posa in calcarenite disgregata sul quale poggiava la muratura.
Alla luce dei dati oggi disponibili, la struttura viene interpretata in via preliminare come una rampa funzionale alle operazioni portuali e al carico e scarico delle merci pesanti dalle imbarcazioni. È un’ipotesi destinata a essere verificata attraverso il proseguimento delle indagini, ma che permette per la prima volta di cominciare a leggere archeologicamente l’organizzazione degli spazi dell’antico approdo.
Uno scivolo monumentale per le imbarcazioni
Un terzo settore ha restituito un dato ancora più strettamente connesso all’utilizzo della costa.
Sul versante occidentale del promontorio il banco roccioso presenta infatti un taglio artificiale che forma un ampio piano inclinato verso il mare. La sua morfologia ha portato a interpretarlo come uno scivolo monumentale destinato al varo e all’alaggio delle imbarcazioni, probabilmente riutilizzato anche in epoche successive come rampa di discesa.
L’area conserva inoltre grandi blocchi squadrati e una stratificazione fortemente condizionata dal moto ondoso, dal cedimento di cavità naturali e dallo scivolamento verso valle dei terreni soprastanti. Proprio per questa ragione i materiali rinvenuti nei depositi colluviali non possono essere considerati nel loro contesto originario, ma costituiscono comunque una testimonianza preziosa delle stratigrafie un tempo presenti più in alto sul pendio.
Tra i reperti figurano frammenti di anfore tardo-romane, una lucerna, due ami in bronzo, un asse di Tiberio in ottimo stato di conservazione, un follis bizantino e una moneta attribuibile in via preliminare alla zecca di Ugento. Il loro arco cronologico conferma quanto lunga e complessa sia stata la frequentazione della baia e indica la presenza, a quote superiori, di stratificazioni di età romano-imperiale e bizantina oggi in parte scivolate verso la costa.
Dalla città al porto emerge dunque un sistema unitario: la collina di Vereto, i percorsi che scendevano verso il mare, le strutture per l’acqua, gli spazi destinati alle operazioni di approdo e le infrastrutture ricavate direttamente nella roccia. La seconda campagna ha trasformato in una domanda archeologica concreta il rapporto fra il centro dell’entroterra e la sua proiezione costiera, che costituisce uno degli assi principali delle future ricerche di Leucantica.
Le indagini costiere hanno inoltre potuto contare sulla collaborazione di Angelo Cossa per le ricognizioni e i recuperi subacquei, un contributo particolarmente utile per leggere l’insenatura non soltanto dalla terraferma ma anche nella sua dimensione marittima e sommersa che è stato coronato dal recupero di tre importanti ceppi di ancore litiche e di alcuni elementi architettonici ancora in costo di studio.
Il coinvolgimento dei cittadini e della comunità, attraverso i canali social della missione ha consentito inoltre di identificare quanto probabilmente ancora sopravvive del menhir di Patù, scomparso agli inizi del ‘900 e di risolvere il piccolo enigma di alcune lettere messapiche aggiunte in epoca moderna sui blocchi di San Gregorio.
Dallo scavo alla Centopietre
DiscoVereto è stato concepito fin dall’inizio come una ricerca diacronica. Essere archeologi dell’Italia preromana non significa infatti cercare soltanto ciò che appartiene alla fase messapica: significa seguire le stratificazioni senza pregiudizi, fino alle trasformazioni più recenti e alla costruzione della memoria storica del territorio.
Non è quindi lo studio dell’età preromana ad avere “incontrato per caso” il Medioevo. È la volontà di comprendere Vereto nella sua totalità ad avere posto una nuova domanda: cosa avvenne nel territorio quando la città antica perse progressivamente la propria forma e il proprio ruolo? Quella domanda conduce inevitabilmente verso Campo Re, San Giovanni Battista e la Centopietre.
È da questa prospettiva che la ricerca è tornata anche su uno dei monumenti più enigmatici e discussi del Capo di Leuca: la Centopietre di Patù, riconosciuta monumento nazionale nel 1875.
Considerata in passato una costruzione megalitica, preellenica o messapica, la Centopietre è oggi riconosciuta come medievale, pur continuando a porre interrogativi sulla sua precisa cronologia e sulla funzione originaria. La sua stessa vicenda storiografica dimostra come un monumento possa mutare completamente significato quando viene sottratto alle interpretazioni precostituite e riportato al confronto tra archeologia, fonti scritte e storia del paesaggio.
La ricerca si intreccia con un problema urgente di tutela. Il monumento versa oggi in condizioni di grave degrado, con gli affreschi quasi interamente scomparsi e diverse lastre di copertura fratturate o pericolanti. Il Comune di Patù ha per questo avviato, d’intesa con la Soprintendenza, il percorso finalizzato all’esproprio, con l’obiettivo di rendere possibile un intervento organico di messa in sicurezza, restauro e valorizzazione.
Il dito di San Giovanni: da Patù ad Altamura
Proprio lo studio della Centopietre ha portato ad approfondire una seconda vicenda, apparentemente lontana dallo scavo ma strettamente legata alla costruzione della memoria del luogo.
Una tradizione documentata nel Cinquecento ricordava infatti il rinvenimento, nella vicina chiesa di San Giovanni Battista, di una reliquia attribuita al santo: un dito che sarebbe giunto dalla Terra Santa e al quale la devozione locale attribuiva particolare importanza.
Un dito che richiama inevitabilmente l’immagine più celebre del Battista, quella con cui il santo indica l’Agnello di Dio - “Ecce Agnus Dei” - e che proprio per questa ragione poteva assumere uno straordinario valore devozionale. Di quella reliquia si erano successivamente perse le tracce.
La ricerca condotta da Valentino Nizzo ha ora messo a confronto fonti salentine e altamurane che convergono con un grado di probabilità molto elevato nell’identificazione della reliquia un tempo venerata nel territorio di Patù e Leuca con quella tuttora conservata nella Cattedrale di Altamura, all’interno di un antico reliquiario a forma di braccio. La reliquia risulta documentata ad Altamura già nel Cinquecento e una tradizione altamurana autonoma ne indica espressamente la provenienza da Leuca: l’arrivo nella città murgiana deve quindi essere avvenuto nel corso del XVI secolo e comunque prima del 1584.
Resta invece da chiarire chi abbia favorito materialmente il trasferimento. Il contesto storico indica però una direzione particolarmente significativa. Nella seconda metà del Cinquecento Patù, Leuca e Alessano erano poste sotto la signoria dei Gonzaga, mentre Altamura si trovava sotto il dominio dei Farnese. Le due famiglie, inizialmente divise da forti contrasti, si riconciliarono formalmente nel 1560; negli anni successivi i rapporti si consolidarono e la generazione seguente vide Ottavio Gonzaga e Alessandro Farnese condividere l’impegno militare contro l’Impero ottomano, fino al grande scenario di Lepanto del 1571.
È quindi possibile che anche la circolazione di una reliquia prestigiosa come quella del Battista sia stata favorita da queste reti dinastiche, religiose e cortigiane, nelle quali lo scambio di reliquie poteva concorrere a consolidare rapporti, devozioni e alleanze. La documentazione disponibile non consente ancora di identificare con certezza il mediatore né di stabilire attraverso quale percorso materiale il frammento sia giunto ad Altamura; permette però di inserire il trasferimento in uno scenario storico assai più ampio di quanto finora immaginato.
Lo stesso ambiente gonzaghesco di Alessano non era affatto periferico sul piano culturale. Andrea Gonzaga aveva raccolto intorno alla propria corte letterati, eruditi e uomini di cultura, inserendo il Capo di Leuca nelle grandi reti aristocratiche italiane del Cinquecento. Nel 1587 l’erudito Cesare Rao ricordava presso di lui “virtuosi, letterati [e] gentilhuomini”, definendolo protettore e fautore dei letterati. È proprio in questo ambiente, nel quale memorie locali, devozione, cultura cavalleresca e politica dinastica potevano continuamente incontrarsi, che negli stessi decenni sembra prendere forma anche la più complessa tradizione di Siminiano e della Centopietre.
Siminiano, Carlo Magno e i santi guerrieri d’Europa
È nello stesso orizzonte che acquista una nuova spiegazione anche la figura di Siminiano, il misterioso cavaliere che una tradizione plurisecolare vuole caduto combattendo contro i Mori al fianco di Carlo Magno e sepolto nella Centopietre.
Carlo Magno e i suoi paladini non combatterono a Patù. Ma nel Cinquecento il confronto con il mondo ottomano era una realtà concretissima per le comunità e le famiglie nobiliari del Capo di Leuca. Allo stesso tempo, le grandi narrazioni della materia carolingia, dalla Chanson de Roland all’Orlando furioso e all’Aspromonte, costituivano un linguaggio condiviso dalle corti europee.
Le testimonianze permettono di osservare quasi in diretta la formazione del racconto. Nell’epigrafe di San Giovanni Battista del 1532 compaiono già un re Carlo, i Mori, San Giovanni e le reliquie; non viene ancora menzionato, però, né Siminiano né l’identificazione della Centopietre con il suo sepolcro. Soltanto qualche decennio più tardi, nell’anonima Historia della città de Leuche stampata a Padova nel 1588, il racconto appare ormai nella sua forma compiuta: Carlo Magno, Orlando, la guerra contro i Mori, il cavaliere caduto e la “Cappella di cento Pietre”.
Il confronto con le tradizioni europee ha permesso di riconoscere significative consonanze con la figura del santo guerriero Saint Émiland o Saint Milan, caduto eroicamente contro i Saraceni al tempo di re Carlo presso San Juan de Luze e sepolto in un sarcofago monumentale, la cui memoria si intrecciò con quella di Similien, antico vescovo di Nantes, e con quella di Millán/Aemilianus de Cogolla, patrono della Spagna, venerato come matamoros insieme a San Giacomo, mentre la quasi omonimia tra il luogo in cui cadde e la chiesa di “San Giovanni di Leuche” presso un sepolcro monumentale di “cento pietre” dovette giustificare, secondo la mentalità del tempo, l’appropriazione della sua identità e la sua riconversione nel barone Siminiano, confermata da una molteplice quantità di indizi.
Non si tratta di sostenere la trasmissione diretta di una singola leggenda dalla Borgogna al Salento. Il dato più interessante è piuttosto l’esistenza di un linguaggio culturale comune, attraverso il quale tombe enigmatiche, santi guerrieri, Saraceni, reliquie e materia carolingia potevano essere continuamente reinterpretati e adattati a luoghi diversi.
In questa prospettiva il Capo di Leuca non appare più come una periferia. Ancor più dopo la conquista ottomana di Costantinopoli del 1453, il Santuario de finibus terrae era diventato il punto estremo raggiungibile di un itinerario di fede idealmente diretto verso la Terra Santa. Era uno degli estremi di una grande geografia della devozione e della mobilità europea: la cosiddetta via Francigena conduceva pellegrini fino alla finis terrae salentina e agli imbarchi per l’Oriente, mentre a Occidente il Cammino di Santiago metteva in relazione Francia e Spagna. La stessa Historia de Leuche del 1588 stabilisce un collegamento fra Carlo, il “camino di S. Iacomo” e la liberazione di Leuca dai Saraceni.
A questa rete religiosa si sovrapponeva quella della letteratura cavalleresca e delle corti rinascimentali. I Gonzaga, signori di Alessano, erano direttamente inseriti in questo universo: Ferrante Gonzaga era figlio di Isabella d’Este e apparteneva al circuito cortigiano nel quale aveva trovato una delle sue prime fortune l’Orlando furioso di Ariosto; nella generazione successiva Ferrante II Gonzaga avrebbe avuto rapporti con Torquato Tasso. La vicenda della reliquia aggiunge a questo quadro un ulteriore elemento concreto: le stesse reti dinastiche potevano mettere in comunicazione uomini, culti, oggetti e memorie.
L’“invenzione della tradizione”
È questo il significato più ampio della ricerca: “invenzione della tradizione” non equivale a falsificazione consapevole.
La chiesa di San Giovanni esisteva. Esistevano le tombe di Campo Re. Esisteva la Centopietre. Esisteva una reliquia venerata come parte del corpo del Battista. Esistevano le rovine di Vereto, il pellegrinaggio verso Leuca e la paura concreta delle incursioni musulmane. Ed esistevano reti dinastiche, cortigiane e religiose capaci di collegare il Capo di Leuca ad Altamura, alle grandi corti italiane e al Mediterraneo della Lepanto cristiana.
Nel Cinquecento questi elementi reali vennero progressivamente ricomposti all’interno di un racconto capace di attribuire loro un significato unitario. Carlo Magno, Orlando e i paladini offrirono il linguaggio attraverso il quale spiegare le rovine di una città, le tombe di una piana, una chiesa, una reliquia e un monumento la cui origine era ormai dimenticata.
La leggenda non perde quindi valore quando se ne comprende la genesi. Diventa essa stessa una fonte storica eccezionale, capace di mostrare come una società costruiva il proprio passato e collocava un territorio apparentemente periferico nella grande geografia politica, religiosa e culturale dell’Europa del Rinascimento.
Una ricerca che si fa comunità: formazione, scuole e comunicazione
La stagione 2026 è stata anche un esperimento di archeologia pubblica e partecipata. Il cantiere non è stato pensato come uno spazio riservato agli specialisti, ma come un luogo nel quale ricerca, formazione, tutela e restituzione pubblica procedessero insieme.
Per tutte le dieci settimane di attività gli scavi sono rimasti accessibili alla comunità attraverso visite guidate, incontri con gli archeologi, attività didattiche e iniziative rivolte alle scuole; nel mese di settembre questa esperienza è stata estesa anche a San Gregorio. Già nella prima campagna oltre mille visitatori avevano seguito da vicino l’avanzamento delle indagini e 230 alunni delle scuole del territorio erano stati coinvolti nelle attività didattiche. Nel bilancio complessivo delle due campagne, le presenze sono state nell’ordine delle migliaia e gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado nell’ordine delle centinaia.
L’incontro con le scuole ha avuto un ruolo particolare: spiegare direttamente sul terreno il lavoro degli archeologi significa rendere visibile il passaggio dall’oggetto alla domanda, dalla stratigrafia all’interpretazione e dalla scoperta alla tutela. La curiosità dei più giovani è stata parte integrante di questa esperienza, non un’attività collaterale allo scavo.
La stessa impostazione ha guidato la formazione universitaria. Oltre 40 studenti dell’Orientale e di altri Atenei italiani hanno preso parte alle due campagne, lavorando per turni nei diversi settori di Vereto e San Gregorio. Sul sito Leucantica ciascuno dei partecipanti è riconosciuto come protagonista dell’impresa collettiva: la comunicazione non serve soltanto a presentare i risultati, ma anche a restituire visibilità al lavoro, al tempo e alle competenze di chi contribuisce alla ricerca.
Questo principio vale anche per i social e per la documentazione video. La comunicazione è stata condotta nel rispetto delle esigenze della tutela, cercando di trasformare la rapidità dei linguaggi digitali in un’occasione per avvicinare il pubblico al metodo e non soltanto all’eccezionalità della scoperta. Aggiornamenti dal cantiere, immagini, brevi approfondimenti, interviste, conferenze e video hanno consentito di seguire quasi in tempo reale lo sviluppo delle ricerche attraverso Leucantica, i canali social @DiscoVereto e YouTube @Etruschannel.
La restituzione pubblica si è sviluppata anche attraverso un ciclo di conferenze e presentazioni curato dall’archeologa Daniela Ventrelli, coideatrice di Leucantica, in collaborazione con Mariangela Sammarco direttrice del Museo Archeologico di Vereto. Tra settembre e ottobre gli incontri hanno messo in dialogo la ricerca su Vereto con altri temi e progetti dell’archeologia pugliese, dalla presentazione del volume “Le radici ca tieni” di Francesco D’Andria alle riflessioni sul collezionismo e sulle collezioni di Ruvo, fino alla presentazione di “Rubi antiqua. Scavi, collezioni, musei. Fama e fortuna delle antichità di Ruvo nell’Europa ottocentesca”. Il cantiere ha così continuato a vivere anche negli spazi del museo e del confronto pubblico, estendendo la dimensione partecipativa della ricerca oltre i luoghi dello scavo.
L’obiettivo è condividere non soltanto il risultato finale, ma il processo stesso della ricerca: mostrare come nasce un dato archeologico, perché un’ipotesi possa cambiare durante lo scavo e in che modo la conoscenza costituisca il primo e indispensabile strumento di tutela. È in questa prospettiva che DiscoVereto si inserisce nel più ampio progetto Leucantica, che unisce ricerca sul campo, studio delle fonti, lettura del paesaggio, tecnologie digitali, formazione e partecipazione delle comunità.
Dalla restituzione pubblica alle prossime ricerche
La presentazione dei risultati del 5 ottobre nella sede della Soprintendenza di Lecce, alla quale hanno partecipato il Soprintendente Antonio Zunno, il sindaco di Patù Gabriele Abaterusso, don Gianluigi Marzo, Direttore dell’Ufficio Beni culturali ecclesiastici della Diocesi di Ugento - Santa Maria di Leuca, e Valentino Nizzo, ha costituito non un punto d’arrivo, ma la prima restituzione di una ricerca ancora in pieno sviluppo.
I risultati confluiranno nel nuovo catalogo del Museo Archeologico di Vereto, curato da Mariangela Sammarco, nel contributo dedicato da Valentino Nizzo alla storia di Vereto dalle origini alla romanizzazione e alla costruzione della sua memoria. La ricerca sarà poi ulteriormente sviluppata in una monografia dedicata alla Centopietre, alla reliquia di San Giovanni, alla nascita della tradizione di Siminiano e ai confronti europei emersi nel corso dell’indagine.
La prosecuzione delle indagini sul campo dovrà invece verificare e precisare le interpretazioni ancora preliminari emerse a Vereto e San Gregorio: la cronologia delle prime frequentazioni protostoriche, l’articolazione delle strutture messapiche e romane della sommità, le trasformazioni tardoantiche, la relazione tra infrastrutture portuali, sistemi idrici e aree di alaggio, e più in generale il modo in cui l’antica città organizzava il rapporto fra collina, territorio e mare.
Per l'articolo completo: “Dalla leggenda alla storia della Centopietre”.
Le scoperte delle campagne precedenti
Ogni campagna di scavo ha la sua pagina, conservata così com'era alla chiusura dei lavori. Approfondisci i risultati delle stagioni passate.